Quali dipinti famosi puoi vedere a Torino?

15 capolavori che non ti aspetti a Torino
opere d'arte a Torino a Torino

Indice

Torino è una città molto conosciuta, ma non tutti immaginano l’incredibile patrimonio di opere d’arte che custodisce.

È stato veramente difficile preparare una piccola selezione di 15 dipinti da farti scoprire. Al punto che non escludo di allungare la lista prossimamente.

Spero che ti incuriosiscano così tanto da spingerti a vederli di persona. Anche perché nessuna riproduzione digitale potrà mai sostituire la visione diretta di un dipinto.

1. Annunciazione di Orazio Gentileschi

Olio su tela, datato 1622-23  – Dimensioni: 198 x 289 cm

Conservato alla Galleria Sabauda

Annunciazione di Orazio Gentileschi - dipinti da vedere a Torino

Forse la prima cosa che ti colpirà di questo dipinto è il vibrante accostamento di colori accesi. A cominciare dal rosso del drappeggio del letto a baldacchino.

L’ambientazione della scena è molto semplice, ma lo spazio pare prendere vita grazie a questo tendaggio.

Mi ricorda subito un altro drappo rosso molto famoso della storia dell’arte, quello disposto in senso orizzontale nel dipinto di Caravaggio intitolato “La morte della Vergine.

Orazio Gentileschi era un caro amico di Caravaggio. È ovvio che rimanga affascinato dalla sua rivoluzione artistica.

Ma il suo “caravaggismo” rimane moderato. Gentileschi non abbraccia la drammaticità, lui ama la linea nitida e le forme pure ed eleganti.

Gioca con le ombre e la luce calda, ma il suo scopo rimane sempre quello di addolcire le figure e di creare un’armonia dal sapore classicheggiante, alla Raffaello.

Emblematica la figura della Vergine. Avvolta in un ampio mantello blu, china il capo, un velo trasparente a raccogliere i biondi capelli acconciati, e abbassa lo sguardo in segno di obbedienza, dopo aver ascoltato l’annuncio dell’angelo.

Il braccio che si alza tradisce però l’inevitabile paura di fronte al compito che l’aspetta. Del resto è stato tutto così repentino, l’angelo è appena arrivato, le ali sono ancora aperte.

Con lui è giunta anche la colomba dello Spirito Santo. Eccola là, spuntare dalla finestra in alto a destra, avvolta da un fascio di luce che investe la stanza, tagliandola in diagonale. 

Una luce che ricorda molto quella dei dipinti fiamminghi, capace di infrangere la barriera che separa la dimensione divina dal mondo umano.

Una luce che diventa capillare, fino ad arrivare al letto sfatto dietro la Vergine, un dettaglio così semplice che ci ricorda come fino a quell’annuncio Maria fosse stata una semplice ragazza.

2. Le stigmate di San Francesco di Jan Van Eyck

Olio su tavola, datato 1432 – Dimensioni: 29, 5 x 33,5 cm

Conservato alla Galleria Sabauda

Le stigmate di San Francesco di Jan Van Eyck - dipinti da vedere a Torino

In questa tavoletta, un serafino crocifisso dalle ali variopinte sta annunciando a San Francesco la comparsa delle stigmate, ovvero chiodi e ferite sanguinanti sulle mani e sui piedi, segni visibili della Passione di Cristo.

Siamo nell’ultima fase della sua vita, quando il santo abbandona l’ordine che ha fondato, per dedicarsi esclusivamente alla vita contemplativa sul Monte della Verna.

Francesco è assorto in preghiera, come in una specie di estasi mistica. Ma Van Eyck non lo idealizza, ci troviamo davanti a un uomo in carne ed ossa, il volto segnato dalle rinunce.

A fianco a lui c’è anche il confratello Leone, che lo ha seguito in questo ritiro spirituale. Ma è addormentato, con la testa fra le mani. Solo Francesco è stato eletto dal Signore.

Tuttavia la cosa che stupisce davvero di quest’opera è che in una tavoletta così piccola Jan Van Eyck sia riuscito a rendere ogni dettaglio con estrema precisione.

Osserva il paesaggio attorno alle due figure. Quanta minuziosità! Per non parlare della resa perfetta delle superfici.

Dal paesaggio roccioso ai picchi delle montagne in fondo a sinistra; dal bosco degli ulivi alla città fluviale con torri imponenti e alti campanili, fino ai dolci rilievi azzurrati verso l’orizzonte.

Aguzza la vista e nota anche il microcosmo di pellegrini a cavallo o a piedi, minuscole figurine eseguite in punta di pennello.

Una tale precisione fa pensare a ricordi nitidi, forse quelli dei viaggi in Italia e a Gerusalemme. La città potrebbe essere invece delle Fiandre, il suo luogo natio.

Certo, essere un esperto nell’arte della miniatura lo ha di sicuro aiutato, ma quello che Van Eyck è riuscito a fare con la pittura ad olio è stato una vera rivoluzione. Lui ha perfezionato questa tecnica al punto che soppianterà la pittura a tempera, fino ad allora in auge.

Il suo segreto sono le velature, strati sottili di colore, stesi uno sull’altro, sopra a una base chiara e luminosa. In questo modo il  colore si fa traslucido e brillante.

Una tale padronanza tecnica gli ha anche permesso una perfetta resa degli effetti luminosi, con diversi gradi di intensità e incidenza.

Una luce che si carica di un forte significato simbolico, come manifestazione del Divino che si diffonde capillarmente in ogni elemento del Creato.

3. Cena a casa di Simone il fariseo di  Paolo Caliari detto il Veronese 

Olio su tela, datato 1560 – Dimensioni: 415 x 315 cm

Conservato alla Galleria Sabauda

Cena a casa di Simone di Veronese - dipinti da vedere a Torino

Si tratta di una delle famose “cene” di Veronese, enormi tele in cui l’episodio evangelico di turno viene trasformato in un fastoso banchetto, come quelli dell’aristocrazia veneziana del Cinquecento, con paggi, musicisti e pittoreschi buffoni a intrattenere gli invitati.

Pensa che il nostro artista rese mondana e piena di personaggi fuori contesto persino l’ “Ultima cena” realizzata per il convento domenicano dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia.

Scelta decisamente ardita che gli causò anche la citazione di fronte al Tribunale del Sant’Uffizio da parte dell’Inquisizione.

Veronese cercò di difendersi ribadendo la propria libertà di espressione, ma fu condannato a eliminare a proprie spese tutti i personaggi e i particolari ritenuti non appropriati al tema.

Non volendo però modificare neppure una virgola della sua opera, l’artista pensò bene di cambiare il titolo dell’opera. E così, l’ “Ultima cena” divenne una “Cena in casa di Levi”, eliminando il motivo principale dell’accusa.

Ma torniamo alla tela di Torino. Dunque, Gesù è seduto sulla destra e si appoggia a San Pietro con un braccio, mentre la Maddalena è intenta a lavargli i piedi con oli profumati, dopo essere stata perdonata di tutti i suoi peccati da prostituta.

Affianco a lei, c’è il proprietario di casa, Simone, con un’elegante mantellina in ermellino. Poi una miriade di personaggi: gli altri apostoli, vari domestici, mendicanti e giocolieri (sulla sinistra), fino a un giovane con la barba che spunta da dietro una colonna, raffigurante lo stesso pittore.

Com’è tipico di Veronese, ecco il porticato corinzio di ispirazione palladiana, sormontato da un balconcino da cui si affaccia un altro gruppetto di personaggi.

L’elegante elemento architettonico sarebbe più adatto a una scena più solenne e invece il Veronese lo usa per ambientarvi un banchetto caotico e conviviale, quasi a voler creare apposta un contrasto che stupisca. Lo stesso cromatismo chiaro e luminoso del porticato mette in risalto la vivacità cromatica dei personaggi.

Incredibile la cura dei dettagli, dalla sontuosità delle stoffe al realismo degli animali, come i due cani vicino alla tavola e il pappagallino più in alto, sul balcone.

A me sarebbe piaciuto partecipare a una di queste feste, e a te?

4. Ritratto dei tre figli maggiori di Carlo I d’Inghilterra di Antoon Van Dick

Olio su tela, realizzato nel 1635 – Dimensioni: 153,7×156,8 cm

Conservato alla Galleria Sabauda

Ritratto dei figli maggiori di Carlo I - Van Dick - dipinti da vedere a Torino

I tre bambini sono i tre figli maggiori di Carlo I Stuart e Enrichetta Maria di Borbone, sovrani di Inghilterra, Scozia e Irlanda nella prima metà del Seicento.

A sinistra è raffigurato il primogenito, il principe Carlo all’età di cinque anni. Al centro troviamo la principessa Maria di quattro anni.

A destra c’è il piccolo principe Giacomo di due anni.

In quel periodo Van Dick è il pittore ufficiale della corte inglese, tanto da produrre quasi 300 ritratti, sia di esponenti della famiglia reale sia di membri facoltosi dell’aristocrazia locale.

Si tratta di dipinti celebrativi, in cui i dettagli vengono descritti minuziosamente, com’è tipico dei pittori fiamminghi.

Osserva le vesti dei bambini. La stesura pittorica è talmente fine da restituire il senso tattile delle diverse stoffe, la loro preziosità, la brillantezza delle loro tinte, la precisione minuziosa dei nastri, dei pizzi e delle lunghe file di bottoni. Per non parlare della raffinatezza nella resa degli incarnati e degli elementi floreali.

Ma l’artista va oltre ai canoni della ritrattistica tradizionale al punto da creare un nuova tipologia di ritratto in cui dimostra un’eccezionale sensibilità nel cogliere i sentimenti e gli umori dei soggetti.

In questo caso dimostra di essere un vero maestro nel rappresentare la vivacità infantile.

Il principe Carlo, con la cuffietta e la sottana da bambino sta accarezzando uno spanier fulvo, svelandoci un lato dolce e poco canonico per un erede al trono.

Passiamo alla principessa Maria. Sembra poco interessata a posare per un dipinto ufficiale, anzi guarda altrove, come fosse distratta da qualcosa di molto più interessante.

E poi in mano ha una specie di sonaglino. Evidentemente quel giorno le sue intenzioni erano molto più ludiche.

E finiamo in bellezza con il piccolo Giacomo. Suscita già tenerezza il fatto che sia in piedi su un gradino per sembrare alto come i fratelli.

Per non parlare della veste da bambina che indossa. Del resto era una consuetudine vestire i maschietti fino ai tre anni con abiti del sesso opposto, come forma di scaramanzia nei confronti delle morti premature.

Pezzo forte è senza dubbio la mela che tiene in mano: simbolo benaugurante di fertilità, in questo caso sembra più una merenda premio.

A completare quest’atmosfera vivace ci sono il tappeto sgualcito dall’irrequietezza dei bambini; e il roseto sullo sfondo che allude a un idilliaco giardino di giochi, il luogo perfetto per l’infanzia regale, ma ricca di spontaneità, di questi piccoli principi.

5. Ritratto di vecchio dormiente di Rembrandt

Olio su tavola, datato 1629 – Dimensioni 52: x 41

Conservato alla Galleria Sabauda

ritratto di vecchio dormiente di Rembrandt - dipinti da vedere a Torino

Di fronte a noi c’è un vecchio appisolato davanti a un braciere acceso. Forse è il padre di Rembrandt.

Osserva con quale abilità il pittore riesca a far emergere dall’oscurità il volto, le mani, il colletto e la fiamma quasi spenta del fuoco.

Rembrandt è un vero maestro nell’uso della luce e del chiaroscuro, così come nella cura per i dettagli, tanto da essere ritenuto uno dei più grandi artisti della storia dell’arte.

L’occhio si stupisce di fronte al realismo del volto addormentato, ai particolari minuziosi dell’abito e alla resa della cenere del fuoco, con a fianco una brocca e un attizzatoio.

Ma non hai l’impressione che questo dipinto voglia mostrarci altro?

Sì, il vecchio non sta solo dormendo. La luce della vita si sta lentamente spegnendo attorno a lui, quasi dolcemente, verso un trapasso “sereno”.

La cenere rossastra del braciere è ciò che rimane del fuoco della sua vita.

Quello che all’apparenza sembrava “solo” una scena di vita quotidiana assume una forte valenza simbolica, un “memento mori”, un monito alla caducità della vita, tema per una volta affrontato con dolcezza.

6. L’edera di Tranquillo da Cremona

Olio su tela, datato 1878 – Dimensioni: 132 x 98 cm

Conservato alla GAM di Torino

L'edera di Tranquillo da Cremona - dipinti da vedere a Torino

È un giovane bruno e scarmigliato, che getta le braccia al collo di una fanciulla bionda e bellissima, e le grida disperatamente: Resta! Non andare via! Non lasciarmi! Ed ella […] guarda il giovane dall’alto, […] con un lungo sguardo dove l’amore indulgente e la dignità offesa parlano insieme; ed ha il naso greco, il fronte basso, le labbra tumide e rosee, le guance piene, i capelli d’oro svolazzanti: con tutta la persona risoluta, ma placida dice di no…

L’architetto milanese Camillo Boito non poteva trovare parole migliori per descrivere una delle opere d’arte più note dell’Ottocento italiano.

È così espressiva la pennellata vaporosa di Tranquillo da Cremona. Senza alcun disegno preparatorio, crea un’atmosfera in cui i contorni delle figure si perdono nello sfondo. Tutto si fa indefinito come i sentimenti ondivaghi dei protagonisti, come la natura insondabile del cuore umano.

Forme e contorni sfumati sono proprio le caratteristiche stilistiche predilette dalla Scapigliatura, corrente artistica della seconda metà dell’Ottocento, di cui Tranquillo da Cremona è uno dei massimi rappresentanti.

Se ci fai caso, sulla destra corre l’edera, nel ruolo di spettatrice silenziosa. Simboleggia la resistenza dell’amore, la tenacia del giovane che non si arrenderà mai, non scioglierà il suo abbraccio finché non vincerà la ritrosia della sua compagna.

Ed è forse proprio la speranza del lieto fine a decretare il successo di pubblico di questo dipinto.

7. La Négresse di Manet

Olio su tela, datato 1862 – Dimensioni: 61 x 50 cm

Conservata alla Pinacoteca Agnelli

La Negresse di Manet - dipinti da vedere a Torino

Per anni si è pensato che questo ritratto fosse uno schizzo preparatorio per la domestica raffigurata insieme alla famosa prostituta Olympia, nell’omonima tela conservata al Musée d’Orsay.

Invece è proprio un ritratto autonomo di Laure, una giovane donna originaria delle Antille, che viveva a pochi passi dallo studio parigino di Manet.

Il nostro pittore è talmente moderno che sceglie come protagonista una donna di colore, che molti francesi ancora etichettavano con il termine dispregiativo di “négresse”.

Ma nel 1848 era stata finalmente abolita la schiavitù e i tempi in Francia erano destinati a cambiare, seppur lentamente.

Manet avverte i cambiamenti sociali attorno a lui e decide di votarsi alla rappresentazione della realtà, in contrasto con i tradizionali canoni idealizzati che insegnavano in accademia.

Grazie al suo spirito anticonvenzionale, realizza questo vivace ritratto di tre quarti, facendo emergere Laure dal fondo scuro, in tutta la sua naturalezza.

Osserva come la figura non sia plasmata tramite il consueto chiaroscuro, ma come i colori si contrappongano senza gradualità. A partire dal turbante variopinto che emerge quasi di prepotenza dal nero, fino al bianco della camicia, senza una precisa definizione della forma.

8. La sirena (abisso verde) di Giulio Aristide Sartorio

Olio su tela applicata su tavola, datato 1893 – Dimensioni: 114 – 71 cm

Conservata alla GAM

La Sirena di Giulio Aristide Sartorio - Dipinti da vedere a Torino

Trovo quest’opera così magnetica, come se il canto della sirena uscisse fuori dal quadro per ammaliare anche lo spettatore.

Un taglio allungato e stretto senza riferimenti spaziali.

C’è solo il mare, l’ “abisso verde” animato dai corpi nudi dei protagonisti che si distendono in diagonale.

Un giovane dalla muscolatura possente e dalla carnagione bruciata dal sole si sta sporgendo dalla barca per raggiungere la sinuosa sirena dalla pelle diafana e dai lunghi capelli rossi.

Ma si sa quanto le sirene siano creature ingannatrici, capaci di inebriare a tal punto da far perdere totalmente la ragione.

 Il ragazzo non si accorge del tranello mortale in cui è caduto, non vede il gruppo di teschi e ossa sul fondo del mare, nella porzione in basso a sinistra del quadro.

La sua fine è ineluttabile.

Giulio Aristide Sartorio è uno dei rappresentati più famosi del Simbolismo italiano, la corrente artistica che cerca di portare alla luce ciò che non è visibile all’occhio umano, la dimensione più misteriosa e nascosta della realtà.

Tra i temi preferiti dei simbolisti c’è proprio il mito delle sirene, quale perfetta rappresentazione della cosiddetta  “donna fatale”, così irresistibile da portare qualsiasi uomo alla completa rovina.

9. La quiete di Antonio Fontanesi

Olio su tela, datato 1860 – Dimensioni: 81,5 x 119 cm

Conservato alla GAM

La quiete di Fontanesi - dipinti da vedere a Torino

Di fronte a noi un paesaggio idilliaco, quasi fosse un bosco incantato, lambito sulla destra da un placido fiume.

L’unico elemento dinamico è la fanciulla intenta ad afferrare i rami a lei più vicini. Non sembra anche a te che con il suo gesto crei una specie di connessione tra terra e cielo?

Ad ogni modo, la bellezza della scena è senz’altro merito della pennellata di Fontanesi, così delicata e minuziosa, con una raffinata gamma cromatica fatta di ocra e di verdi.

Ma questo non è solo un paesaggio ameno, in realtà l’artista gli affida uno scopo più evocativo ed allegorico.

Non è infatti un caso se il dipinto si intitoli “La quiete”.

Con i suoi paesaggi Fontanesi vuole mostrare uno stato d’animo; studia la realtà naturale per portare alla luce i sentimenti più profondi dell’uomo; i suoi paesaggi devono essere evocativi, a tratti simbolisti.

Sta proprio qui la rivoluzione di Fontanesi. Con lui la pittura naturalista si riempie di significati più intimi. La natura diventa il palcoscenico perfetto per l’animo umano.

10. Aracne di Carlo Stratta

Olio su tela, datato 1893 – Dimensioni: 120 x 113 cm

Conservato alla GAM

Aracne di Carlo Stratta - dipinti da vedere a Torino

L’ambientazione del dipinto potrebbe ricondursi a un semplice interno borghese, in cui però salta subito all’occhio un certo eclettismo degli elementi decorativi, secondo i gusti dell’epoca.

Cominciamo dal tavolino in stile moresco, passando poi al vaso di fiori che richiama la novità del liberty. Di influsso giapponese sono invece la lampada in carta di riso, le piante ad alto fusto e il velario con le gru che si librano in cielo.

Ora dedichiamoci alla protagonista del quadro.

Seduta con le gambe accavallate, una mano al mento, ci osserva dritto negli occhi con un’aria misteriosa. Le gru dietro volano in tutte le direzioni, quasi fossero i suoi pensieri intricati.

A che cosa sta pensando veramente?

Proviamo a partire dal titolo del dipinto.

Secondo la mitologia antica, la dea Atena trasforma Aracne in un ragno, come punizione per aver osato sfidarla in una gara di tessitura.

Guarda caso, nel dipinto è presente proprio un telaio. Ma l’ipotesi che la protagonista sia una semplice tessitrice non può soddisfarci veramente.

Per fortuna ci chiariscono le idee i versi del poeta Carlo Bernardi, grande amico di Stratta.

Grazie alla sua testimonianza, scopriamo che l’Aracne del dipinto sta tessendo una tela, ma si tratta di quella della vendetta ai danni dell’amante che l’ha abbandonata.

Se ci fai caso, nella mano sinistra stringe una lettera, forse quella d’addio del suo amante. Persino per terra giacciono dei fogli di carta stracciati. E il cuscino è sgualcito, vi era probabilmente adagiata prima di mettersi a sedere di fronte a noi.

Aracne però non è una donna sconfitta. Anzi ci fissa con la determinazione di chi vuole essere artefice del proprio destino. Niente, neppure il tradimento dell’amato, ha il potere di piegarla.

11. Antonello da Messina, Ritratto d’uomo di Antonello da Messina

Olio su tavola, datato 1476  – Dimensioni: 29,5 x 37,4 cm

Conservato nel Museo Civico d’Arte Antica

Ritratto d'uomo di Antonello da Messina - dipinti da vedere a Torino

Di fronte a noi un uomo di mezz’età con la tipica toga rossa indossata dagli uomini più importanti di Venezia.

Emerge dall’oscurità del fondo, con il viso che pare scolpito. Tutto merito dei chiaroscuri che modellano gli zigomi pronunciati, la pelle cascante del collo, le rughe della fronte e ai lati della bocca; la fossetta del mento e le sopracciglia brizzolate e disordinate.

Ma a colpire maggiormente è quel sorriso così enigmatico, a labbra dischiuse, quasi fosse una “Gioconda” al maschile. Ci scruta, più che guardarci. Da sotto in su, con le palpebre semi abbassate.

Ma chi può essere esattamente?

Di solito Antonello da Messina non ritrae nobili, ma borghesi o mercanti. E nel farlo segue le novità dell’arte fiamminga.

Basta quindi con le pose di profilo e con i volti idealizzati; largo invece al tre quarti, al realismo e all’analisi psicologica.

Ma Antonello aggiunge un tassello in più rispetto ai fiamminghi.

 Per lui è fondamentale il legame con lo spettatore. Ed è per questo motivo che i protagonisti dei suoi dipinti ci guardano dritto negli occhi, generando una reazione assolutamente personale.

Per me sta proprio qui il valore aggiunto dei suoi ritratti: ci “costringono” a provare qualcosa, non ci lasciano indifferenti. In gioco ci mettiamo pure noi, proprio come quando facciamo la conoscenza con qualcuno di nuovo.

—>Se vuoi conoscere altri segreti di quest’opera, ecco l’approfondimento sul Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina

12. Autoritratto di Leonardo da Vinci

Disegno a sanguigna su carta, datato 1517 circa – Dimensioni: 33 x 22 cm

Conservato nella Biblioteca Reale

Autoritratto di Leonardo da Vinci -dipinti da vedere a Torino

Figurarsi se escludevo da questa lista uno dei ritratti più famosi della storia dell’arte.

Tutti conoscono quest’uomo ormai avanti con l’età, dai lunghi capelli e dalla folta barba, quasi a compensare le calvizie alla sommità del capo.

Le rughe sono disegnate con estrema cura, una per una, attorno agli occhi, lungo le guance e intorno alla bocca.

E se il volto è pieno di dettagli, la parte alta della fronte si riduce invece a poche linee appena visibili.

Questo contrasto tra il chiaroscuro dei tratti del volto e le parti esterne al viso appena abbozzate è proprio un elemento distintivo dei disegni di Leonardo.

Così come la caratterizzazione da “ritratto dell’animo. Lo capiamo subito che questo non è un semplice ritratto, ma la rappresentazione di un uomo con le sue mille sfumature d’animo.

In base a questi elementi siamo quasi certi che l’autore del ritratto sia Leonardo, ma abbiamo meno sicurezze riguardo all’identità dell’uomo raffigurato.

—> Eh sì, i critici dibattono da tempo su chi sia l’uomo raffigurato. A questo proposito ecco il mio approfondimento su tutti i misteri dell’Autoritratto di Leonardo. Ne scoprirai delle belle!

13. La prima bandiera italiana portata a Firenze di Francesco Altamura

Olio su tela, datato 1859

Conservato nel Museo Nazionale del Risorgimento

la prima bandiera italiana portata a Firenze di Francesco Altamura - dipinti da vedere a Torino

Nell’atmosfera trasognata di una giornata di primavera un ragazzo passeggia sulla collina fiorentina portando con sé una bandiera italiana.

La luce limpida e la cromia delicata rendono la scena intima, come se fosse una giornata di tutti i giorni. Eppure quella bandiera evoca qualcosa di più solenne, e il ragazzo pare condurci verso tempi nuovi.

Tutto comincia il 27 aprile del 1859, quando Firenze insorge contro il granduca Leopoldo II di Toscana, scacciandolo dalla città.

 Il giorno dopo il tricolore entra a Firenze, segnando un primo passo contro la dominazione straniera e uno in più verso l’Italia.

Se ci fai caso, Francesco Altamura non rappresenta il momento saliente e epico dell’insurrezione, ma ci propone l’atmosfera più sospesa e simbolica del giorno seguente, con effetti di luce e d’ombra alla maniera dei Macchiaioli soprattutto sulla basilica di San Miniato sullo sfondo.

Non solo la Storia, ma anche l’arte si stava dirigendo verso nuovi orizzonti.

14. Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa, e l’altre fanno) di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Olio su tela, realizzato tra il 1895 e il 1898 – Dimensioni: 132×291 cm

Conservato alla GAM

Lo specchio della vita di Pellizza da Volpedo - dipinti da vedere a Torino

Che sensazione di pace comunica l’avanzare lento di questo gregge di pecore, vero?

Del resto, nessuna tonalità di colore predomina sull’altra e c’è persino una perfetta simmetria tra linee rette e quelle ondulate.

Sì, si tratta proprio di un ameno paesaggio agreste.

Eppure il titolo dell’opera mette la pulce nell’orecchio, facendoci intuire che questo dipinto nasconda un significato ben più profondo.

Osserviamolo quindi con più attenzione.

Il gregge di pecore avanza specchiandosi in un fiumiciattolo, senza un inizio, né una fine. Dà quindi l’idea di un cammino che non si ferma mai.

Che sia questo “lo specchio della vita” a cui allude il titolo?

Aspetta. Il dipinto ha pure un sottotitolo: “E ciò che l’una fa, e l’altre fanno”.

Si tratta di una citazione contenuta nella Divina Commedia di Dante Alighieri, precisamente il verso 82 del canto III del Purgatorio. Ti riporto l’estratto:

«Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l’altre stanno

timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno…»

Se si tiene conto del significato letterale del verso, potremmo interpretare il quadro come una sorta di “denuncia” alla tendenza all’omologazione  dell’uomo, al punto da adeguarsi passivamente a tutto quello che fanno gli altri.

Ma nel dipinto non c’è alcun tipo di tensione, anzi c’è un perfetto equilibrio tra i vari elementi.

Come possiamo associare questo gregge così calmo alla massa informe degli uomini “pecoroni”?

Per fortuna ci viene in aiuto una lettera del 1898 dello stesso Pellizza da Volpedo, in cui spiega che il gregge rappresenta “una grande serenità” davanti all’avvicendarsi del bene e del male nel mondo.

Ma allora, per Pellizza l’umanità è come questo gregge di pecore, che ogni giorno avanza con speranza e fiducia, affrontando il continuo susseguirsi delle gioie e dei dolori della vita.

La stessa pacata rassegnazione che accompagna le anime del Purgatorio dantesco durante la loro penitenza, in attesa della salvezza eterna.

15. Veduta dell’antico ponte sul Po di Bernardo Bellotto

Olio su tela, datato 1745 – Dimensioni: 127 × 174 cm

Conservato alla Galleria Sabauda

Veduta dell'antico ponte sul Po di Bernardo Bellotto - dipinti da vedere a Torino

Non so se è lo stesso per te, ma a me piacciono molto i dipinti che raffigurano la Torino del passato.

E uno dei miei preferiti è proprio questa veduta del Settecento di Bernardo Bellotto, nipote del famoso Canaletto.

Il protagonista della scena è il ponte di Porta di Po, che a quei tempi collegava la città alla collina al di là del fiume.

Se ci fai caso, il ponte non gode di ottima salute. A causa delle impetuose piene del Po, le prime due arcate sono state integrate da una passerella in legno retta da un pilone superstite e da un ponteggio di travi.

A inizio Ottocento Napoleone non ci penserà due volte. Lo farà demolire, costruendo quello che ancora oggi è il ponte di piazza Vittorio.

Ma continuiamo ad osservare il dipinto.

Come non notare la sfarzosa carrozza sul ponte, a far da contrasto alla semplice ambientazione della zona collinare, con le sue botteghe, la legna accatastata e lo stile di vita umile.

Più in basso, troviamo il porto di Torino con le imbarcazioni dei pescatori.

E dall’altra parte del fiume la sponda è senza argini e con la sabbia alta. Puoi scorgervi la cinta di mura di un convento e a fianco un gruppo di lavandaie che stanno immergendo i panni nel fiume.

Di Bellotto adoro proprio quest’attenzione per i dettagli e per le minuzie topografiche distribuite nella vastità dei paesaggi cittadini.

—> Se vuoi scoprire di più su questo dipinto e confrontarlo con un’altra veduta di Bellotto che gli fa da pendant, ecco il mio approfondimento sulle Vedute di Bernardo Bellotto.

Altri modi per scoprire l’arte a Torino

Se questa selezione ti ha fatto venire voglia di continuare a scoprire il patrimonio artistico di Torino, puoi scegliere direzioni diverse:

Vuoi lasciarmi un commento?

Ti piacerebbe scoprire
una TORINO più INSOLITA?

Allora ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER “LE MILLE ANIME DI TORINO” e ogni settimana scoprirai luoghi, curiosità e storie sempre nuove per conoscere Torino in modo diverso.